Ispirazione, tempismo e puro istinto. È la combinazione di questi tre elementi – più una buona dose di fortuna e di coraggio – che caratterizza la figura del produttore, almeno come la vorrei interpretare io stesso. Se mi avessero detto dieci anni fa che un giorno avrei intrapreso la strada del cinema, avrei scommesso che si sbagliavano. E avrei brutalmente perso. Non credevo, venendo dal mondo accademico e dalla progettazione Europea, di poter vestire i panni del produttore cinematografico. Invece è stata proprio la mia provenienza lavorativa il valore aggiunto per una figura tanto complessa quanto interessante. Quando parlo di valore aggiunto, rispetto ad un background come il mio, mi riferisco al fatto che pensare per così dire “out of the box”, non possa che essere il modo migliore per innovare il ruolo produttivo, partendo da punti di vista in qualche modo meno comuni e quindi meno esplorati.
Ho capito molto presto che essere produttore in America, soprattutto per un italiano, significa entrare in un’industria che funziona secondo logiche radicalmente diverse da quelle italiane: non solo più competitive e più inclini a superare i propri confini di distribuzione, ma soprattutto strutturali. Il cinema indipendente Americano si fonda, nell’ambito di schemi economici più dinamici, sulla raccolta di investimenti privati, che in Italia non sono il primo riferimento. Senza il sostegno pubblico la produzione cinematografica italiana non é sostenibile. Ma per uno sportivo e amante della competizione come me, è proprio questa sfida che rende il ruolo stimolante.
Il mercato cinematografico americano è completamente diverso da quello italiano. Interamente orientato ai risultati, è un’industria che funziona, nel senso che è strutturata, misurabile, capace di generare ritorni economici significativi, all’interno della quale il produttore è chiamato a essere non solo imprenditore e abile nel gestire le strategie finanziarie, ma anche mediatore culturale allo stesso tempo; aspetto quest’ultimo che amo profondamente, mantenendo comunque particolare attenzione alla sostenibilità produttiva che i grandi Studios sembrano aver perso di vista.
Il mercato americano sicuramente mette alla prova ogni scelta e lo fa attraverso uno scrutinio meticoloso e indiscriminato, spesso crudele. Una pressione che costringe a pensare in grande. A immaginare storie che possano parlare a un ampio pubblico, senza perdere autenticità. A trovare un equilibrio identitario comprensibile ma trasversale e replicabile nell’ottica di un cinema internazionale, in costante crescita perché richiesto da un pubblico sempre più interessato a guardare oltre i limiti della politica locale e verso storie che semplicemente appassionano.
Per un produttore italiano, abituato a un sistema più sostenuto da fondi pubblici e meno orientato al box office internazionale, significa affrontare una trasformazione profonda, che richiede l’apprendimento di una nuova grammatica produttiva.
È nel confronto con un sistema così esigente che il produttore diventa davvero autore di una visione, una sorta di regista occulto, e leader di un team di valore. E ancor più nel caso della missione di N41 Studios, un riferimento per la creazione di un ponte culturale tra Stati Uniti e Italia.
Nel caso dell’ identità italo-americana, la prima immagine che emerge è spesso quella romanzata dal cinema stesso: famiglie patriarcali, ristoranti, criminalità organizzata, accenti marcati, folklore. Capolavori come The Godfather o serie iconiche come The Sopranos hanno segnato la storia del cinema e della televisione mondiale, ma hanno anche consolidato un paradigma narrativo molto forte: l’italo-americano come figura legata al crimine, alla famiglia chiusa, a un codice d’onore arcaico.
Sono opere leggendarie. Non si tratta di rinnegarle in alcun modo. Anzi. Hanno contribuito a rendere iconico il valore aggiunto dell’italianità in un’epoca in cui quella narrazione era aderente alla realtà in cui nasceva: a metà tra la delusione italiana post-seconda guerra mondiale e la promessa del sogno americano. Ma ogni grande racconto, quando diventa dominante, rischia di trasformarsi in stereotipo, in lente unica. E quando una comunità viene raccontata quasi esclusivamente attraverso una sola lente, quello stereotipo finisce per diventare identità.
La nostra storia negli Stati Uniti è molto più ampia e complessa. È fatta di donne che hanno lavorato nelle fabbriche tessili, di uomini che hanno costruito ponti e grattacieli, di intellettuali, sindacalisti, imprenditori, scienziati, religiose, attivisti. Ognuna di questa è una storia di sacrificio, di coraggio, di ambizione, di comunità, di ispirazione e di riscatto sociale. È una storia d’immigrazione.
Allora è necessario porsi una domanda precisa: quali storie non sono ancora state raccontate? Quali angolature ed esperienze sono rimaste ai margini? Quali figure femminili, quali protagonisti dimenticati, quali vicende di emancipazione, di solidarietà, di successo e non solo possono oggi restituire al cinema quella capacità di ispirare ed emozionare il pubblico, attraverso la magia del racconto?
Ce ne sono tante che aspettano solo di essere raccontate.
L’obiettivo di un produttore è scovarle e riportarle alla luce, e così facendo, restituire diversità e nuova complessità a una comunità che è stata fondamentale nella costruzione dell’America moderna.
E non mi riferisco solo a storie del passato, che pure sarebbe riduttivo. Esistono anche storie contemporanee, relative alle prime e seconde generazioni di famiglie italiane emigrate negli Stati Uniti, che posseggono il potere di arricchire la narrazione, tra passato e presente. Storie che non si limitano semplicemente a rappresentare, ma servono ad ispirare le nuove generazioni.
Per essere di ispirazione oggi, e mi concedo di essere molto critico, l’obiettivo principale non può essere il successo narcisistico del singolo o l’autoreferenzialità di un gruppo elitario, ma la creazione di fondamenta solide per un cambiamento collettivo in favore delle generazioni future.
L’ispirazione non è retorica. È un atto politico. In un’epoca in cui l’identità viene spesso utilizzata come strumento divisivo, raccontare storie che mostrano la forza dell’incontro e la contaminazione culturale è alla base della proposta di un modello alternativo.
La comunità italo-americana è nata da una ferita: la povertà, la necessità di partire, la separazione dalle radici. Ma è cresciuta e si è trasformata insieme agli stessi Stati Uniti: mentre New York cresceva, mentre venivano eretti grattacieli, si espandevano quartieri e imprese, si fondavano istituzioni culturali, così facevano gli italo-americani, la cui identità si integrava con quella statunitense. Le loro sono storie sì di dolore, ma soprattutto di orgoglio. Certo di marginalità, ma senza dubbio di integrazione.
Produrre cinema in America fornisce l’opportunità di offrire questi racconti ad un tipo di distribuzione in grado davvero di influenzare la narrazione e diffonderla nel mondo.
Questo vuol dire automaticamente aggiungere valore concreto alla comunità italo-americana, brandizzandola sotto una luce nuova, per restituirle una gloria rinnovata in quella che potrebbe essere definita come una sorta di Rinascimento identitario. Questo è il potere del cinema, che non si limita solo a rappresentare sterilmente una realtà ma ne è il simbolo, è memoria collettiva, è proiezione nel futuro. Solo così si può ambire ad una unione comunitaria solida e forte. Va da sé, che non si intende minimamente ridurla ad un racconto autocelebrativo, ma al contrario l’ambizione è quella di mostrare la sua pluralità interna, aprendo così il dialogo ad altre comunità.
Oltretutto, trovo che nello spazio intermedio in cui un italiano in America vive, ci sia un potenziale non sfruttato abbastanza, perché sottovalutato da inutili campanilismi che tendono a disunire, piuttosto che unire le forze. Ma quello spazio intermedio, in cui siamo tutti uguali, è potenzialmente molto fertile. La doppia appartenenza sicuramente permette di comprendere sfumature culturali di entrambi i mondi, aiutando a non tradire nessuno dei due contesti; una responsabilità che non può essere ignorata e che non può essere tradotta solo attraverso parametri finanziari, come la facile commercializzazione di un prodotto. Ma altresì rappresenta la ricerca di eccellenze italiane, spesso già emigrate e integrate nel tessuto sociale americano, per valorizzarle e promuoverle facendo emergere i loro talenti in un’ottica più strutturata, coesa e fortemente identitaria.
Esiste una colonia di emigrati italiani negli Stati Uniti legati all’industria del cinema, che tradita dal sistema italiano, ha cercato qui realizzazione. Non facendo sufficientemente rete però, si rischia di perdere il potenziale che un tale gruppo possiede. Farsi sostenitore e promotore delle loro carriere, in qualità di produttore, è una delle missioni di N41 Studios.
Entrambe la comunità italo-americana e italiana in America, faranno così automaticamente da traino per tutti gli americani amanti dell’Italia, che spesso investono o vogliono investire nel nostro paese, poiché i loro racconti fungeranno da ponte di connessione narrativo fra le due realtà, promuovendo una nuova e ispirata immagine dell’Italia.
Tutto ciò sembra difficile? Si, lo è. Non è assolutamente scontato. Ma se non inseguiamo ciò che non è scontato e che sembra troppo difficile, con ambizione e la capacità di sognare, non saremo mai in grado di ridisegnare la realtà, di renderla sempre migliore. Questo vuol dire ispirare: raccogliere la sfida e mostrare che un’alternativa è realizzabile e che tutto è possibile.
L’articolo Out of the Box proviene da IlNewyorkese.





