Davide Angiuli non arriva al suo primo film per caso. Nato a Bari, cresciuto nei quartieri che oggi racconta, ha attraversato anni di formazione tra scrittura e regia, passando per laboratori, sviluppo di progetti e cortometraggi. Cattiva strada, presentato al BIF&ST e in uscita in sala il 26 marzo, è il suo esordio nel lungometraggio. Ma ha già qualcosa di molto definito: uno sguardo interno, personale, che usa il genere senza appartenergli davvero.
Il film segue Donato, interpretato da Malich Cissé, un ragazzo che vive nella periferia barese, si prende cura della nonna malata di Alzheimer (interpretata da Lucia Zotti) e fatica a trovare una direzione. L’incontro con Agust, criminale albanese legato a un codice d’onore rigido, a cui dà corpo Giulio Beranek, lo trascina dentro una spirale di rapine e scelte sempre più difficili. Ma raccontata così è solo metà della storia.
Perché Cattiva strada non è davvero un film sul crimine.
Angiuli, il suo film si inserisce in un filone molto riconoscibile, quello del crime di periferia. È stato un punto di partenza consapevole?
«Credo che oggi il cinema di periferia sia diventato quasi un genere, con delle regole, delle aspettative. Quando entri in quel territorio, in qualche modo devi confrontarti con quei codici, anche solo per decidere come usarli. Nel mio caso non è stata una scelta calcolata a tavolino, ma è stata una conseguenza naturale del voler raccontare un mondo che conosco. Io sono cresciuto in quegli ambienti, tra quelle strade, e quando ho sentito l’esigenza di raccontare una storia ho capito che l’unico modo per farlo in maniera autentica era partire da lì. Poi certo, una volta che ti muovi dentro quel contesto, sai che esistono dei riferimenti, dei modelli. Alcuni li accetti, altri provi a piegarli, a spostarli. Ma non puoi ignorarli del tutto».
Però il film sembra sottrarsi alla dimensione più spettacolare del crimine.
«Perché non era quello che mi interessava. Non volevo fare un film sulla criminalità, non volevo raccontare un’ascesa o una carriera criminale. Il crimine nel film è presente, certo, ma è più uno strumento che un tema. È qualcosa che attraversa la storia, che mette in moto gli eventi, ma il centro è un altro. A me interessava raccontare una condizione emotiva, quella di Donato, il suo senso di smarrimento, il suo bisogno di trovare un posto nel mondo. La criminalità diventa una delle strade possibili, forse la più immediata, ma non è il punto del discorso».
Il rapporto tra Donato e Agust è il cuore del film, ma non è una relazione “classica”.
«No, infatti non volevo che fosse una dinamica semplice, tipo maestro-allievo. È un rapporto molto più ambiguo. Sono due personaggi profondamente soli, in modi diversi, che si incontrano e si riconoscono in quella solitudine. Questo li avvicina, ma allo stesso tempo li rende anche pericolosi l’uno per l’altro. È un legame che può sembrare di formazione, ma è anche una forma di dipendenza reciproca. C’è un bisogno molto forte di appartenenza, di non sentirsi più soli, e questo bisogno li porta ad accettare compromessi, a spingersi oltre. Non è una relazione sana, ma è reale. E in qualche modo, nonostante tutto, è anche una relazione che li tiene in vita».
Quindi è un film sulla solitudine più che sulla criminalità.
«Sì, direi proprio di sì. Per me il film è questo: il tentativo disperato di non essere soli. Donato è un personaggio che non si sente a proprio agio con sé stesso, che non riesce a trovare una collocazione. E allora cerca qualcosa a cui aggrapparsi: una persona, un gruppo, una famiglia, anche se quella famiglia è costruita su basi fragili o pericolose. Mi interessava raccontare questo passaggio, questo momento in cui si è disposti a tutto pur di sentirsi parte di qualcosa».
Anche la forma del film sembra andare in quella direzione: molto addosso ai personaggi, poco respiro.
«È stata una scelta precisa. Volevo che lo spettatore fosse dentro il film, non fuori a guardare. Abbiamo lavorato con una macchina da presa molto vicina ai corpi, limitando i campi larghi, cercando di restituire una sensazione quasi fisica, di pressione. Il film corre, non si ferma mai davvero, un po’ come il protagonista. È una specie di corsa continua, senza pause, e questo contribuisce a creare quella sensazione di apnea che accompagna tutta la storia».
Bari nel film non è mai una semplice ambientazione.
«No, per me era fondamentale che non fosse solo uno sfondo. Bari è parte del racconto, è un elemento attivo. Le periferie, le strade, gli spazi che si attraversano diventano parte dell’esperienza dei personaggi. E credo che questo venga anche dal fatto che è una città che conosco molto bene. Non volevo raccontarla in maniera estetizzante o stereotipata, ma restituirla per quello che è, con le sue contraddizioni. È un luogo duro, ma anche pieno di energia, di vita».
Nel film si avverte anche una tensione tra il restare e l’andarsene.
«Sì, è un tema che mi tocca personalmente. Io a un certo punto sono andato via da Bari, e non è stata una scelta semplice. Però è stata anche una forma di salvezza, perché sentivo che stavo imboccando delle strade che non mi avrebbero portato lontano. Quando vai via, però, cambia anche il modo in cui guardi il luogo da cui vieni. Riconosci cose che prima non vedevi, ti mancano aspetti che magari prima davi per scontati. Nel film questa tensione c’è: restare significa appartenere, ma anche rischiare di rimanere intrappolati. Andare via significa perdere qualcosa, ma forse anche salvarsi».
È un film di formazione, ma senza una vera redenzione.
«Sì, non mi interessava raccontare una crescita lineare, con una soluzione chiara. La vita non funziona così. Ci sono momenti in cui capisci qualcosa di te, ma non è detto che questo basti a cambiare tutto. Donato arriva a una presa di coscienza, ma non è una liberazione nel senso classico. È più un’accettazione, anche dolorosa, di quello che è. E forse questo è già un passo».
L’articolo Davide Angiuli: “Cattiva strada nasce da quello che ho vissuto, non volevo fare un film sulla criminalità” proviene da IlNewyorkese.





