Chiara Inghirami è un’avvocata italo-americana con un percorso internazionale tra Europa e Stati Uniti. Dopo la laurea in giurisprudenza in Italia, ha conseguito un LLM alla Georgetown University Law Center. Ha maturato esperienze tra Piacenza, Washington e New York. Oggi lavora a New York per EEP.
Avevi da sempre il “sogno americano”, quindi trasferirti negli Stati Uniti, in particolare a New York?
La mia storia è un po’ diversa: sono nata a New York. Poi, a 13 anni, mi sono trasferita con la mia famiglia a Torino per motivi familiari. Ho finito gli studi in Italia e per molto tempo sono stata indecisa se rimanere o tornare negli Stati Uniti. Alla fine ho scelto di tornare a New York, quindi sì, in un certo senso il “sogno americano” c’è sempre stato.
Ti senti più a casa a New York o in Italia?
È difficile rispondere. Mi sento a casa in entrambi i posti. A New York perché sono nata qui, dove posso parlare la mia lingua madre e dove vive la mia famiglia. In Italia perché ci ho vissuto per molti anni, ho costruito relazioni importanti e ho conosciuto mio marito. A volte mi sento “troppo americana” per l’Italia e “troppo italiana” per l’America. È come se il mio cuore fosse diviso a metà.
Questo sentirsi a volte “troppo americana” per l’Italia e “troppo italiana” per gli Stati Uniti nasce più da una percezione personale o dallo sguardo degli altri?
Direi più da una mia percezione. Certo, a volte ti senti un po’ diversa dagli altri, ma lo vedo anche come un valore. Mi permette di pensare al mio quotidiano da punti di vista diversi. La vivo come una grande ricchezza.
Hai percepito difficoltà legate alla tua età o identità?
Sì, a volte tra le aule del tribunale mi capita di non essere presa subito sul serio da qualche collega, un po’ perché sono una donna e un po’ per il fatto di avere un nome “diverso”. Ma è qualcosa che si supera con il tempo e con l’esperienza e in questi anni ne sto facendo parecchia.
Hai avuto una formazione giuridica sia in Italia sia negli Stati Uniti. Ci racconti il tuo percorso?
Prima di trasferirmi in Italia frequentavo la Scuola d’Italia Guglielmo Marconi a New York, ma parlavo italiano solo in famiglia. A Torino ho frequentato l’International School of Turin, in un ambiente internazionale molto stimolante. Dopo il liceo ho studiato giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Piacenza: è stato un grande cambiamento, perché per la prima volta studiavo solo in italiano e con un metodo completamente diverso. Verso la fine degli studi ho deciso di tornare negli Stati Uniti. Dopo un’attenta ricerca ho capito che per esercitare la professione di avvocato negli States serviva un master (LL.M.) come requisito per sostenere il Bar Exam. Così mi sono iscritta a Georgetown University a Washington DC, dove ho conseguito il master e dopo pochi giorni ho iniziato a lavorare nello studio Elefterakis Elefterakis and Panek, prima come paralegal e oggi come avvocato.
Tra il sistema universitario italiano e americano, quale preferisci?
L’università italiana mi ha dato competenze fondamentali che uso ancora oggi. Infatti, gli esami orali in Italia mi hanno insegnato a prepararmi su grandi quantità di materiale e a esporre in modo chiaro e immediato. È una capacità che uso spesso in tribunale: devi essere pronta a tutto e saper rispondere sul momento, proprio come durante un esame. L’università americana mi è piaciuta molto per l’ambiente. Avendo scelto un indirizzo legato ad international law and human right, le classi erano molto internazionali, e le attività erano più di scrittura e confronto. Uno stile diverso, con un rapporto più diretto con i professori e molti servizi per l’inserimento nel mondo del lavoro.
In che modo questa doppia formazione ha influenzato la tua identità?
Vivere e studiare in due sistemi così diversi ti cambia profondamente. Ti apre la mente e ti permette di vedere le situazioni da prospettive diverse, non solo nel lavoro ma anche nella vita quotidiana.
New York è una delle capitali legali del mondo. Cosa la rende unica per un avvocato?
La quantità di opportunità e di casi. È una città molto dinamica e questo si riflette anche nel sistema legale: è veloce, intenso, ma anche abbastanza efficiente nonostante l’enorme volume di lavoro.
Quali sono invece gli aspetti più critici del sistema?
Il numero altissimo di cause. A volte non ci sono abbastanza risorse, soprattutto lato difesa in alcuni casi, e questo rallenta i procedimenti.
Ti occupi di diritto civile. Che tipo di città emerge dai casi che segui?
Vedo spesso persone in difficoltà, che magari hanno già poco e poi subiscono un danno. Molti non conoscono nemmeno i propri diritti. Il nostro lavoro è aiutarli a ottenere giustizia.
C’è un caso che ti ha colpito particolarmente?
In realtà, ce ne sono tanti. Di recente mi è capitato di seguire il caso di un lavoratore immigrato irregolare, che si è fatto molto male lavorando in un cantiere qui in città. Il datore di lavoro non gli aveva fornito adeguate protezioni e nel momento di prestare soccorso o di aiutarlo ha pensato bene di non assumersi nessuna responsabilità. La legge dello stato di NY è chiara: anche se sei un lavoratore irregolare hai dei diritti ma il nostro cliente non lo sapeva. È stato molto forte vedere quanto queste persone siano vulnerabili, ma anche quanto il sistema possa aiutarle.
Guardando all’Italia, cosa ti sembra migliore o più fragile del sistema legale italiano?
Non avendoci lavorato direttamente è per me difficile esprimere un parere. Però ho l’impressione che in Italia ci sia una preparazione molto approfondita e tecnica. Il livello di competenza è molto alto.
Che consiglio daresti a uno studente italiano che vuole diventare avvocato a New York?
Se sei molto motivato, ti piacciono le sfide e vuoi lavorare in un ambiente anglofono, questa è la tua città. Ma, come in ogni cosa, è importante informarsi bene sul percorso da seguire. A New York c’è molta competizione, ma anche tante opportunità. In generale, è più facile trovare lavoro rispetto all’Italia, anche grazie all’esperienza pratica che si inizia ad acquisire già durante gli studi. Per questo, chi è davvero motivato ha concrete possibilità di riuscirci: più che il punto di partenza, conta la determinazione.
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