Bending Spoons è arrivata a Wall Street. Mercoledì 1 luglio, l’azienda tecnologica italiana ha iniziato a essere scambiata al Nasdaq con il simbolo BSP, dopo aver collocato quasi 58 milioni di azioni a 29 dollari ciascuna. Il prezzo era già più alto della forchetta indicata nei giorni precedenti, tra 26 e 28 dollari, e alla chiusura del primo giorno il titolo era salito a 40,50 dollari. In poche ore la valutazione dell’azienda è passata da circa 18,4 miliardi a 25,7 miliardi di dollari.
La raccolta complessiva dell’operazione è stata di 1,68 miliardi di dollari, ma non tutti quei soldi finiranno nelle casse della società: una parte delle azioni è stata venduta direttamente da Bending Spoons, mentre un’altra parte da azionisti già presenti. Secondo i documenti di chiusura dell’offerta, il ricavato lordo per l’azienda è stato di circa 954 milioni di dollari, prima delle commissioni e delle altre spese. È comunque una somma molto alta, soprattutto per un’azienda italiana, e dà a Bending Spoons una moneta in più per fare quello che sa fare meglio: comprare altre aziende.
Bending Spoons è nata a Milano nel 2013, dopo il fallimento di Evertale, una prima startup creata da Luca Ferrari e dagli altri fondatori. Si è fatta notare in Italia per Live Quiz, il gioco per smartphone in cui si rispondeva a domande in diretta per provare a vincere buoni Amazon, e soprattutto per Immuni, l’app di tracciamento dei contatti durante la pandemia promossa dal Ministero della salute italiano. Quelle esperienze hanno contribuito a renderla nota, ma non sono quelle che le hanno aperto le porte di Wall Street in quanto grande società tecnologica.
Il fulcro del modello economico di Bending Spoons è infatti un altro: l’azienda cerca prodotti digitali già esistenti, possibilmente con molti utenti e un marchio già conosciuto, li compra e poi li riorganizza. Non parte quasi mai da zero, ma da app e piattaforme che esistono già, che hanno una base di clienti, una tecnologia, un archivio di dati e spesso anche problemi da risolvere: costi troppo alti, crescita rallentata, prezzi giudicati troppo bassi o prodotti diventati meno competitivi. Il lavoro dell’azienda diventa quello di intervenire su queste criticità.
Nel suo portafoglio sono così finiti prodotti molto diversi tra loro. Evernote, ad esempio, un’app che serve per prendere appunti e organizzare documenti; WeTransfer, probabilmente il servizio più famoso al mondo per inviare velocemente file che non possono essere altrimenti trasmessi via mail o attraverso altri strumenti; Vimeo, il portale per caricare e distribuire video. Ma anche Eventbrite, un sito per organizzare e vendere biglietti di eventi, ed AOL, vecchio marchio dell’internet americano, ancora legato a posta elettronica, contenuti e servizi digitali. A guardarli così, uno accanto all’altro, sembrano effettivamente pezzi molto sparsi dell’internet. Ed in parte lo sono, se non fosse che per Bending Spoons, invece, si tratta principalmente di aziende con utenti da trattenere, abbonamenti da vendere e margini da aumentare.
La società stessa, sul suo sito, descrive così il proprio lavoro: comprare e migliorare “prodotti iconici”. Sempre lì, dice di volerli tenere a lungo, non rivenderli dopo pochi anni, e sostiene che le trasformazioni servano ad accelerare l’innovazione, migliorare il prodotto e rafforzare i risultati economici. In tal senso, Bending Spoons non è una startup per come la immaginiamo oggi, perché non è cresciuta attorno a un solo prodotto. Ma non è neanche un fondo di private equity tradizionale, perché non compra società con l’obiettivo di rivenderle. Sta un po’ nel mezzo: usa capitale per comprare aziende, ma poi le trasforma con strumenti tecnologici propri, team molto selezionati e processi comuni che possono essere applicati a prodotti diversi.
Questa parte è piaciuta molto agli investitori. Nei documenti preparati per la quotazione, Bending Spoons ha mostrato una crescita molto rapida: nel primo trimestre del 2026 ha generato 601,3 milioni di dollari di ricavi, contro i 258,9 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente, ed è passata da una perdita di 112,2 milioni a un utile netto di 27,5 milioni. Nel 2025 i ricavi erano stati 1,31 miliardi di dollari. Sono numeri che raccontano una società già grande prima di arrivare a Wall Street.
Un altro numero spiega ancora meglio perché il mercato l’ha premiata. Nel primo trimestre del 2026 l’84 per cento dei ricavi veniva dagli abbonamenti, il 12 per cento dalla pubblicità e il 4 per cento da altre fonti. Questo significa che Bending Spoons non dipende soprattutto da app scaricate una volta, o da singoli acquisti occasionali. Dipende da utenti che pagano ogni mese o ogni anno per continuare a usare un servizio – e per gli investitori è una cosa importante, perché permette di rendere i ricavi più prevedibili.
Il punto, però, è come si arriva a quei ricavi. Dopo un’acquisizione, Bending Spoons di solito prova a capire quali utenti siano disposti a pagare di più, quali funzioni possano diventare parte di un abbonamento e quali costi possano essere tagliati. Testa prezzi, limiti, funzioni gratuite e funzioni a pagamento. Poi sceglie la combinazione che produce più valore per l’azienda. Ma è una pratica che per molti utenti è sinonimo di peggioramento del servizio.
Evernote è il caso più citato. Prima dell’acquisizione era un’app usata da anni da persone che ci avevano costruito dentro archivi personali, appunti di lavoro, liste, documenti e pagine salvate dal web. Dopo il passaggio a Bending Spoons, il piano gratuito venne limitato a 50 note e un solo taccuino. Chi aveva già più contenuti poteva conservarli ed esportarli, ma non continuare a usare l’app come prima senza pagare.
Anche WeTransfer ha mostrato il lato più duro del metodo. Bending Spoons lo ha comprato nel luglio del 2024, senza rendere pubblico il prezzo, e poche settimane dopo Luca Ferrari ha confermato a Reuters che sarebbe stato licenziato il 75 per cento del personale. WeTransfer era nato nei Paesi Bassi nel 2009 ed era diventato uno dei servizi più usati al mondo per inviare file, anche perché la versione gratuita era semplice e immediata.
Bending Spoons sostiene che questi interventi non siano solo tagli. Sul proprio sito elenca miglioramenti introdotti nei prodotti acquisiti: per Evernote parla di oltre 200 nuove funzioni e di una sincronizzazione più veloce; per Remini, l’app di ritocco fotografico basata su intelligenza artificiale, dice che gli utenti mensili sono cresciuti di oltre cinque volte; per WeTransfer cita il recupero di milioni di trasferimenti scaduti – una funzione che prima non esisteva ed ora sì, a pagamento – e tempi di caricamento ridotti. Insomma, il senso per Bending Spoons è sempre lo stesso: rifare un prodotto in modo che funzioni meglio e, soprattutto, renda di più, a scapito però di alcune funzioni originali o benefit storici per l’utente che opta per il piano free.
Il punto però è che spesso un utente storico guarda soprattutto a quello che perde: un piano gratuito più generoso, un’interfaccia familiare, un team originale, un certo modo di usare il prodotto. Un investitore guarda invece quello che l’azienda guadagna: più abbonati paganti, meno costi, ricavi più stabili, margini migliori. Bending Spoons cerca di replicare il successo di app in app, e quel successo consiste nel riuscire a spostare abbastanza utenti verso un piano a pagamento senza però farne scappare troppi da quello gratuito, in modo da garantire al servizio un certo grado di rilevanza a prescindere dai cambiamenti.
Con la quotazione al Nasdaq molti pensano che l’azienda si concentrerà ancora di più sullo sviluppo di questo modello di business. Finché era privata, Bending Spoons poteva spiegare il proprio modello a un gruppo relativamente ristretto di investitori. Ora dovrà farlo ogni trimestre, con numeri pubblici e aspettative molto alte. La borsa, chiaramente, offre capitale, prestigio e azioni utilizzabili anche per nuove acquisizioni. Ma chiede continuità. Se la crescita rallenta, se un’acquisizione va male o se gli utenti iniziano a lasciare in massa alcuni prodotti, il giudizio del mercato può cambiare rapidamente.
A prescindere da questo, comunque, Bending Spoons rimane un caso raro per il settore tecnologico italiano. Non è la prova che in Italia sia finalmente nato un ecosistema paragonabile a quello americano, ovviamente: non ha creato il nuovo Google, il nuovo Spotify o il nuovo TikTok. Ma è sicuramente un’azienda diventata grande nel settore software internazionale, ed il primo giorno di borsa ha raccontato che gli investitori credono molto in questa macchina. La sfida per Bending Spoons, adesso, è bilanciare la fiducia degli investitori e quella degli utenti delle proprie applicazioni.
L’articolo L’azienda italiana che si è quotata a Wall Street raccogliendo 1,5 miliardi proviene da IlNewyorkese.





