Che fine ha fatto il cinema italiano?

Ogni volta che un film italiano resta fuori dalla corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale si riapre una discussione che, ormai, ha smesso di essere episodica ed è diventata strutturale. L’esclusione di Familia di Francesco Costabile dalla shortlist 2026 dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences non ha provocato uno scandalo, ma una presa d’atto. Non si è parlato di torto subito, bensì di occasione mancata. È una differenza sostanziale, perché segnala uno spostamento di percezione: non ci consideriamo più tra i favoriti naturali, ma tra i partecipanti eventuali.

La relazione tra l’Italia e l’Academy non nasce oggi e non nasce in posizione marginale. Ancora prima che Vittorio De Sica ricevesse il riconoscimento per Sciuscià nel 1947, un italiano aveva già inciso il proprio nome nella storia degli Oscar. Gaetano Gaudio, emigrato dalla Calabria all’inizio del Novecento, vinse nel 1937 come direttore della fotografia. Non fu un episodio folkloristico, ma un segnale della presenza italiana dentro la costruzione stessa dell’immaginario hollywoodiano. Gaudio contribuì a definire un linguaggio visivo che sarebbe diventato modello per il cinema classico americano. L’Italia, dunque, non era soltanto oggetto di rappresentazione: era parte attiva dell’invenzione formale del cinema moderno.

Poi arrivò quella che, senza enfasi, possiamo definire l’età dell’oro. Federico Fellini vinse quattro Oscar per La strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), (1964) e Amarcord (1975), imponendosi come autore centrale nel panorama internazionale. Il suo successo consolidò l’idea che il cinema italiano potesse essere profondamente radicato nella propria cultura e al tempo stesso universalmente comprensibile. Accanto a lui, Vittorio De Sica ottenne due riconoscimenti per Ieri, oggi e domani (1965) e Il giardino dei Finzi Contini (1972), dimostrando che il realismo italiano non era una corrente locale ma un paradigma capace di influenzare il mondo. 

La vignetta di Danilo Pergamo per ilNewyorkese

Davanti alla cinepresa, intanto, brillavano Anna Magnani, ruvida e luminosa, premiata nel 1956 per La rosa tatuata, e soprattutto Sophia Loren, che nel 1962 vinse per La ciociara, prima attrice a essere premiata per un’interpretazione in lingua non inglese. 

Quando nel 1999 Roberto Benigni saltò sulle poltrone del Dolby Theatre stringendo l’Oscar per La vita è bella, sembrò che quella tradizione non si fosse mai interrotta. Gli anni Novanta avevano già riportato l’Italia al centro con Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Fino al 2014, quando Paolo Sorrentino con La grande bellezza sembrò riannodare il filo con Fellini, con Roma, con l’idea stessa di cinema come sguardo che abbaglia. Dietro le quinte, musicisti, costumisti, scenografi, direttori della fotografia: Ennio Morricone due volte premiato, Vittorio Storaro, Milena Canonero, Dante Ferretti.

In tutti questi casi non si trattava semplicemente di vittorie individuali, ma dell’affermazione di un’identità cinematografica riconoscibile. Il cinema italiano riusciva a trasformare contesti locali in simboli condivisibili, a partire da storie profondamente situate per raggiungere una dimensione universale. L’equilibrio tra radicamento e apertura costituiva la sua forza.

Negli ultimi anni solo due film hanno superato davvero la barriera della shortlist: È stata la mano di Dio di Sorrentino e Io Capitano di Matteo Garrone. Nessuna vittoria. Il primo tornava alla Napoli del 1984, trasformando un trauma privato in un racconto di formazione; il secondo ribaltava lo sguardo sulla migrazione, seguendo il viaggio prima dell’approdo in Europa e costruendo un percorso epico di crescita. Nel 2025 Vermiglio di Maura Delpero si è fermato prima della nomination finale. Un film di grande finezza, ambientato in un microcosmo di frontiera con la guerra fuori campo e una comunità montana osservata con misura. E poi Familia, un’opera intensa nel racconto della violenza domestica, senza però riuscire a estendere il racconto oltre quel nucleo. Sono film coerenti e personali, ma oggi non basta. Per affermarsi occorre che un’opera sia sostenuta da un sistema capace di darle continuità, peso, riconoscibilità. Ed è qui che emerge una fragilità.

Produciamo molto, ma raramente concentriamo risorse e strategie su pochi titoli capaci di rappresentarci all’estero. Altri paesi europei hanno trovato un equilibrio tra identità nazionale e presenza globale; noi restiamo spesso legati al mercato interno e a modelli che non favoriscono una reale proiezione internazionale. Anche il ricorso alla nostra storia pesa: non è un limite in sé, ma lo diventa quando il passato si trasforma in rifugio e l’apertura verso l’esterno resta secondaria.

Restiamo il Paese di Fellini e De Sica. Ma il prestigio non si conserva per inerzia. Senza una visione industriale e culturale capace di sostenere davvero il nostro cinema nel mondo, l’eredità rischia di restare solo memoria.

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