A Venice Beach, dove il confine tra performance e vita quotidiana si dissolve, nasce una delle storie più autentiche dello sport urbano contemporaneo. Qui si muove Ernesto Russo, figura ibrida tra atleta, artista e storyteller, protagonista del progetto Kings of Venice, un docufilm che ha conquistato pubblico e critica in festival internazionali come lo Slamdance Film Festival e il Calgary Underground Film Festival.
Kings of Venice è un docufilm ambientato nei leggendari campi di paddle tennis di Venice Beach, uno dei pochi luoghi al mondo dove questo sport sopravvive nella sua forma più autentica. Più che raccontare una disciplina, il film entra nella comunità: un microcosmo fatto di outsider, artisti, atleti e personaggi borderline che vivono il campo come spazio di espressione. La regia è firmata da TC Johnstone, documentarista americano già noto per lavori legati a sport e sottoculture urbane. Tra i produttori figura Terry Kennedy, insieme a un team indipendente che ha seguito il progetto sin dalle sue origini, mantenendone lo stile raw e immersivo. Il risultato è un racconto viscerale, dove competizione, identità e appartenenza si intrecciano, restituendo Venice Beach nella sua forma più pura e non filtrata.
Ernesto, la tua storia a Venice Beach sembra quasi predestinata. Come è iniziato tutto?
La mia storia a Venice Beach non è iniziata per caso. È come se questo luogo mi avesse chiamato. Sono arrivato qui nel 2016, con una racchetta di paddle tennis e una visione ancora indefinita, ma con la sensazione precisa di dover attraversare qualcosa. Venice Beach non è solo un posto: è uno stato mentale, è libertà, è caos e armonia insieme. Qui ho trovato uno spazio dove potermi esprimere senza filtri, come atleta e come essere umano.
Da questa esperienza nasce Kings of Venice. Che tipo di progetto è?
Kings of Venice nasce da questa energia invisibile. Non è stato costruito, è emerso. Giorno dopo giorno, tra i campi, le persone, le tensioni e le verità crude di questo ambiente. Non volevamo raccontare uno sport, ma un’anima. Un ecosistema umano
.
Nel film non sembri recitare, ma vivere qualcosa di molto più profondo.
Nel film, io non interpreto un personaggio: mi manifesto. Sono istinto, sono conflitto, sono ricerca. Porto dentro il lato più viscerale del gioco, quello che non si può insegnare. Non si tratta solo di vincere, ma di lasciare un’impronta, anche scomoda, anche imperfetta, ma reale.
Il film ha avuto riconoscimenti importanti a livello internazionale. Che significato hanno per te?
Per me Kings of Venice è un atto di verità. È Venice Beach nella sua forma più pura. Un tributo a chi vive fuori dagli schemi, a chi trasforma ogni giorno in espressione. Il percorso del film è stato forte, autentico, riconosciuto anche a livello internazionale, con vittorie come l’Audience Award allo Slamdance Film Festival e al Calgary Underground Film Festival. Ma i premi sono solo un riflesso: quello che conta è l’energia che il film lascia nelle persone.
Parli spesso di “movimento” più che di progetto. Cosa intendi?
Quello che stiamo facendo è un movimento più che un progetto. Una fusione tra sport, arte e cultura. Kings of Venice è identità, è vibrazione, è memoria.
La tua figura è difficile da incasellare. Come ti definisci oggi?
Io mi muovo tra moda, cinema e sport come su traiettorie parallele che a un certo punto si incontrano. Non mi riconosco in una sola definizione. Sono una figura ibrida, contemporanea. Cerco di trasformare ogni campo, ogni scena, ogni spazio, in un palcoscenico.
Se dovessi sintetizzare la tua filosofia in una frase?
Perché alla fine non si tratta di appartenere a un mondo… ma di crearne uno proprio.
L’articolo Ernesto Russo: l’anima viscerale di Venice Beach tra sport, cinema e identità proviene da IlNewyorkese.





