C’è un falco che vola sopra lo Stretto di Messina e vede un ponte apparire e scomparire. Ed è da questa immagine che prende forma Le Voci dello Stretto, opera in un atto del compositore Roberto Scarcella Perino, presentata il 27 marzo scorso alla Casa Italiana Zerilli-Marimò di New York nell’ambito di un progetto dedicato al teatro musicale contemporaneo.
L’opera nasce, in realtà, da una commissione: «Il Conservatorio di La Spezia mi ha chiesto di scrivere un’opera per ragazzi», racconta il compositore. Da subito, però, il progetto prende una direzione più personale. L’idea iniziale era quella di lavorare su Colapesce, figura leggendaria metà uomo e metà pesce; poi, insieme al librettista Eugenio Refini, si sposta sullo Stretto di Messina. «Volevamo creare una favola con personaggi dello Stretto che raccontassero se stessi e la loro storia», spiega.
Il risultato è una struttura semplice: sei quadri, ognuno dedicato a un personaggio, più un finale. «Una forma dichiaratamente da favola», che però si innesta su una tradizione molto concreta: quella del melodramma italiano. «Il suo libretto era molto musicale di per sé», dice Scarcella Perino parlando del lavoro di Refini, «era come se la musica fosse già dentro il testo».
Ne nasce una scrittura accessibile, «molto melodica, a volte romantica», lontana da certa sperimentazione contemporanea e più vicina a un’idea narrativa della musica. Una scelta coerente anche con il pubblico a cui l’opera si rivolge: non solo bambini, ma spettatori chiamati a riconoscersi nei personaggi.
Come spesso accade nel teatro musicale, la dimensione fantastica funziona come dispositivo per parlare del presente. «Raccontare storie con temi contemporanei aiuta molto la risposta del pubblico», dice il compositore. Nel caso dello Stretto, il riferimento è inevitabilmente quello al ponte, progetto discusso da decenni. Nell’opera, però, il ponte non è mai davvero reale: «Assolutamente più mito e sogno, non realtà». È una scelta che evita la presa di posizione esplicita: «L’opera non propone un punto di vista: vuole stimolare il dibattito». Piuttosto che schierarsi, mette in scena l’ambiguità stessa del tema, trasformandolo in immagine.
Non è un caso che i personaggi siano quelli del mito: Scilla, Cariddi, Colapesce, la Fata Morgana. Figure che, come ricorda la tradizione classica, popolano da secoli lo Stretto e ne incarnano i pericoli e le suggestioni. A questi si aggiunge un elemento realistico: un falco, animale migratore tipico della zona. È l’unico personaggio “vero”, e proprio per questo diventa il punto di contatto tra favola e realtà. «Inserire un personaggio reale permette di connettere favola e presente», spiega Scarcella Perino.
Dal punto di vista visivo, l’opera utilizza strumenti contemporanei: proiezioni, animazioni, video. In particolare, un contributo grafico mostra il ponte che si costruisce e si dissolve, rendendo visibile l’idea di illusione. Sul piano musicale, però, la scelta è opposta: «Amo il suono vero degli strumenti». Nessuna nostalgia, ma una posizione chiara: la tecnologia è un mezzo tra gli altri, mentre il centro resta il suono acustico, riconoscibile. «Vorrei che il pubblico portasse con sé il canto e la storia di ogni personaggio». Più che un messaggio univoco, una serie di domande: «Chi è Scilla? Chi è Morgana?».
È forse questo il punto più vicino allo stile narrativo che l’opera sembra inseguire: non spiegare, ma evocare. Non risolvere il dibattito sullo Stretto, ma trasformarlo in racconto. E, come spesso accade con le storie migliori, lasciare qualcosa che continua a risuonare anche dopo.
Dopo Le Voci dello Stretto, Roberto Scarcella Perino continua a lavorare ad altri progetti. Tra questi, un’opera su Enrico IV di Pirandello. Parallelamente continua l’attività nella musica da camera. Il 14 aprile, infatti, presenterà una nuova sonata per pianoforte all’Istituto Italiano di Cultura.
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