Tra copyright, hip-hop e processi mediatici: gli avvocati italiani che rappresentano celebrità a New York

Giovanni Orlando Conti e Rosario Bona sono arrivati negli Stati Uniti nel 2021, con una laurea in tasca e l’obiettivo di esercitare la professione legale in uno dei sistemi più complessi e competitivi al mondo. Dopo un master alla Fordham University e un tirocinio nello studio Aidala, Bertuna & Kamins, sono entrati nel vivo dell’attività forense tra processi mediatici, dispute civili e commerciali, e casi internazionali.

In questa lunga conversazione raccontano il loro percorso, le sfide del sistema giudiziario americano, l’esperienza diretta con clienti come Harvey Weinstein e 50 Cent, e l’appassionata difesa della proprietà intellettuale nel mondo dell’intrattenimento. Con un focus speciale su una causa aperta contro Drake per violazione di copyright: un caso che attraversa tre continenti e solleva ancora oggi domande cruciali che partono dagli anni ’90 sul rapporto tra hip-hop, diritti e industria musicale.

Lavorate presso lo studio Aidala, Bertuna & Kamins. Com’è iniziata la vostra esperienza lì?

Rosario Bona:
Siamo arrivati qui a New York nel 2021. Entrambi siamo stati accettati alla Fordham University School of Law, dove abbiamo fatto un master in diritto, qui si chiama LLM. Il master dura circa un anno e mezzo, e ci siamo focalizzati su due aree: l’International Business and Trade Law e l’Intellectual Property Law, perché Fordham dà la possibilità di specializzarsi in più aree.

Una volta laureati, nel 2022 abbiamo sostenuto l’esame di avvocatura. Già durante gli studi alla Fordham e poi dopo l’esame, abbiamo iniziato a lavorare nello studio Aidala, Bertuna & Kamins. Da allora siamo rimasti come avvocati associati allo studio.

Giovanni Orlando Conti:
All’inizio abbiamo conosciuto il managing partner, Arthur Aidala, celeberrimo per le sue arringhe difensive in ambito penale e il blasone dei suoi clienti accusati di condotta criminale. Per quanto ci riguarda, non avevamo l’idea di dedicarci al diritto penale: fu un’occasione di networking. La famiglia di Arthur è originaria di un paese in provincia di Palermo e a pochissimi chilometri da Misilmeri, il mio paese di origine – Visto l’ottimo pretesto per rompere il ghiaccio, ci siamo sentiti in dovere di conoscerlo.

Un giorno ci disse: “La prossima settimana organizzo un evento di networking in un club privato di cui sono presidente. Perché non venite?” Siamo andati, abbiamo conosciuto tantissime persone: CEO, avvocati rappresentanti del mondo della politica e dell’intrattenimento. E lì abbiamo parlato con uno dei partner dello studio, Imran Ansari. La conversazione si è subito rivelata stimolante: abbiamo iniziato a discutere di come il diritto si possa intersecare con l’industria dell’intrattenimento, toccando temi di proprietà intellettuale e strategia legale in ambiti creativi e mediatici. Da parte nostra, abbiamo condiviso il forte interesse maturato durante gli studi alla Fordham e attraverso le nostre ricerche indipendenti, confrontandoci su alcuni dei casi più rilevanti che lo studio stava seguendo proprio in quel settore. Quell’incontro ha rappresentato un punto di svolta: da un semplice evento di networking è nata una collaborazione che oggi ci vede impegnati su dossier di altissimo profilo.

Lui disse: “Dovreste fare un’internship con noi.” Noi lo tenemmo a mente, e qualche settimana dopo lo chiamammo: “Ti ricordi? Ci piacerebbe iniziare un’internship dal prossimo semestre.” E così è iniziato tutto, era il 2022. Da lì ci siamo presi il nostro posto, il nostro desk, il nostro ufficio. E ora siamo avvocati qui dal 2023.

Di cosa vi occupate nello specifico?

Rosario Bona:

Entrambi facciamo parte del Civil Litigation Department dello studio e la nostra pratica si focalizza principalmente sulle controversie di natura commerciale. Ci occupiamo di casi che spaziano dall’inadempimento contrattuale alle frodi commerciali, dalla diffamazione alle violazioni del diritto d’autore, fino a casi di discriminazione sul lavoro e infortunistica. Possiamo dire che la nostra pratica è quindi piuttosto ampia.

Giovanni Orlando Conti:

Molti dei nostri clienti provengono dai settori (o industries) della musica, del cinema, dello sport e dei media, o sono in ogni caso figure pubbliche. Ci occupiamo delle diverse questioni legali che li riguardano e che possono avere un impatto significativo sulla loro attività e reputazione. Negli Stati Uniti questa tipologia di lavoro rientra nella cosiddetta area dell’entertainment law, di cui abbiamo approfondito gli studi alla Fordham e di cui lo studio certamente si occupa.

I vostri studi accademici sono partiti dall’Italia?

Giovanni Orlando Conti:
Sì. Parliamo al plurale perché abbiamo avuto lo stesso percorso. Entrambi abbiamo iniziato alla LUMSA di Palermo.

Rosario Bona:
Questo è l’aspetto particolare.

Giovanni Orlando Conti:
Alla LUMSA abbiamo seguito il programma internazionale, quindi gran parte delle materie erano in inglese. Poi abbiamo fatto tre programmi di scambio: un semestre a Cracovia, uno a New York alla St. John’s University – dove abbiamo anche preparato le tesi di laurea – e uno ad Alicante, in Spagna. Quindi abbiamo dato esami sia in inglese che in spagnolo.

Dopo la laurea in Italia, abbiamo fatto un’internship a Varsavia. Poi, durante la pandemia, siamo rientrati in Italia, e successivamente ci siamo trasferiti a New York per studiare alla Fordham Law.

Quali sono le principali differenze tra lo studio del diritto in Italia e negli Stati Uniti?

Giovanni Orlando Conti:
L’approccio è totalmente diverso. Qui si parte dal case law, come penso sia noto: ogni caso ha una storia a sé, e si può modellare il proprio caso in base ad altri precedenti. La legge è più flessibile, e il ruolo dell’avvocato è più dinamico, direi anche più “divertente”, perché ti consente di individuare sentenze analoghe, illustrarle al giudice e argomentare con precisione perché i casi che hai citato debbano essere applicati alla tua fattispecie, oppure spiegare in che modo i fatti dei precedenti presentati dalla controparte se ne differenzino.

La difficoltà vera però non è tanto nel contenuto delle materie studiate. La preparazione italiana è ferrea: ti abitua all’adattamento, al senso critico. Per questo, molti italiani trovano gli studi in America più semplici. Ciò che è difficile sono gli esami: in Italia sono orali, qui spesso con essay o domande a risposta multipla. E con pochissimo tempo a disposizione per leggere, analizzare e risolvere i fact patterns – ossia brevi casi pratici che simulano controversie reali – anche le domande a risposta multipla diventano più impegnative di un classico esame all’italiana. 

C’è stato un caso che ha rappresentato una svolta per voi?

Giovanni Orlando Conti:
Sin dall’inizio ci siamo trovati a lavorare con clienti di calibro internazionale, anche persone che conoscevamo fin da piccoli. Uno dei primi è stato 50 Cent. Sin da subito abbiamo lavorato sul suo caso e ci siamo ritrovati anche in tribunale con lui. È stata un’esperienza importante.

Da poco più di un anno abbiamo iniziato a lavorare a stretto contatto con Harvey Weinstein. Lo studio si occupa a 360 gradi dei suoi casi a New York, sia civili che penali. Noi ci occupiamo in particolare dei suoi casi civili. Lavorare con una figura di tale rilievo nel mondo del cinema è per noi un’esperienza professionale di grande valore e complessità, nonché un’opportunità per comprendere da vicino le dinamiche del business dell’intrattenimento. Al tempo stesso, le visite in carcere ci offrono una prospettiva diretta sul sistema penitenziario americano: per incontrarlo, infatti, è necessario recarsi a Rikers Island, uno dei penitenziari più severi del Paese. 

Rosario Bona:
Non direi che c’è stato un caso solo a dare la svolta, ma piuttosto l’attività generale dello studio. Come diceva Giovanni, lavoriamo per e contro persone molto note.

Siamo molto appassionati di proprietà intellettuale e diritto d’autore. Abbiamo avviato azioni legali contro cantanti famosi a livello mondiale. Possiamo citarne uno: abbiamo un caso attivo contro Drake per un’infrazione del copyright nei confronti di un nostro cliente, un cantante di grande fama.

Tra i nostri clienti ha anche figurato una tennista professionista che è stata numero uno al mondo nella classifica WTA. Abbiamo agito come local counsel in una causa legale molto importante per lei iniziata qui a New York. 

Lo studio conta anche tra i clienti ex sindaci di New York, figure del mondo del giornalismo, dell’intrattenimento, del diritto.

Quale sarebbe un esempio di un progetto particolarmente importante su cui avete lavorato ultimamente? 

Rosario Bona:

Un esempio e sicuramente la richiesta presentata alla Corte Suprema di New York per richiedere che Harvey Weinstein fosse trasferito e mantenuto all’ospedale Bellevue di Manhattan durante il suo recentissimo processo penale, nel quale il nostro Managing Partner, Arthur, lo ha rappresentato di fronte alle rinnovate accuse del procuratore distrettuale.

Giovanni Orlando Conti:

L’opposizione da parte della citta di New York e stata celere, prolissa e decisa. Tuttavia, non solo il giudice di primo grado ha approvato la richiesta presentata, ma siamo anche riusciti a prevalere in Corte d’Appello in seguito ad una mozione sottomessa per annullare l’ordine che ha stabilito la misura richiesta. 

Rosario Bona:

Tutto cio ha permesso al nostro cliente di poter essere mantenuto in una struttura ospedaliera piu vicina alla corte dove il processo si stava svolgendo, cosi da salvaguardare tutti i suoi diritti costituzionali relativi ad un giusto processo ed un monitoramento del suo stato di salute piu idoneo rispetto a quello che avrebbe ricevuto nella prigione municipale di Rikers Island.

Siamo particolarmente orgogliosi di questo risultato, in quanto entrambi abbiamo contribuito in maniera piu che significativa – per non dire quasi esclusiva – alla preparazione e sottomissione dei documenti legali che hanno formato l’applicazione stessa e permesso al cliente di ottenere l’importante misura richiesta. Come noi, anche il nostro studio e i nostri soci sono rimasti altamente soddisfatti della buona riuscita di questo importante tentativo.

Giovanni Orlando Conti:

Devo dire che è stata un’esperienza estremamente impattante. Al di là delle accuse – e al di là di ciò che ognuno può pensare in merito alla loro fondatezza – ci si trova davanti a un uomo di settant’anni, con gravi condizioni di salute e costretto su una sedia a rotelle. Non dimenticherò mai il giorno in cui andammo in aula per assistere a una delle sue udienze penali: mentre veniva accompagnato sullo stand, si è voltato verso di noi e, con un sorriso sincero, ha esclamato: “You guys are rockstars.”
Fu uno dei suoi tanti gesti di gratitudine. Senz’altro, si tratta di un’esperienza che ci costringe a riflettere non solo sul diritto, ma anche sulla dimensione profondamente umana del nostro lavoro.

Come gestite la pressione mediatica attorno a casi così esposti?

Giovanni Orlando Conti:
Nel nostro studio si parla spesso della “corte dell’opinione pubblica”. Certo, le decisioni le prendono il giudice e la giuria, ma i media hanno un peso. A volte la corte dell’opinione pubblica è molto severa. Bisogna navigare con cautela.

È fondamentale sapere cosa vogliono i clienti: a volte preferiscono il silenzio assoluto. Altre volte ci chiedono di rilasciare commenti, sempre nei limiti del possibile, per sensibilizzare l’opinione pubblica e far emergere la loro versione dei fatti.

Quanto è difficile, da un punto di vista personale, separare il giudizio morale dalla vostra professione? Ad esempio, nel caso di Weinstein.

Giovanni Orlando Conti:
Secondo me, l’approccio migliore è avere sempre una mentalità aperta. Da avvocati siamo allenati a questo. Non possiamo partire da un pregiudizio.

Certo, quando un cliente è fortemente demonizzato dall’opinione pubblica, è inevitabile confrontarsi con riflessioni molto complesse. Ma lavorare in uno studio in cui altri professionisti affrontano queste dinamiche da decenni aiuta molto: ne osservi l’approccio, la calma, la prospettiva. Inoltre, dato che lo studio non è enorme, parliamo spesso in prima persona con i clienti, comprendendo a fondo le loro complessità e la loro sincerità nel proclamarsi innocenti. 

E io credo che finché non si conosce una persona, è facile vedere solo bianco o nero. Quando senti la storia dalla loro voce – from the horse’s mouth, come dicono qui – inizi a vedere le sfumature, quella zona grigia che molti non vogliono vedere.

Rosario Bona:
Aggiungo che come avvocati abbiamo l’onere di rappresentare i migliori interessi dei nostri clienti. In genere, non rappresenteremmo qualcuno se non credessimo alla bontà del suo caso. Quando si crede nella legittimità di una difesa, si sente anche la responsabilità di sostenerla.

Come diceva Giovanni, ascoltare il cliente di persona ti offre una prospettiva diversa. A volte, dall’esterno, certi aspetti non sono neanche considerati. Per questo, non trovo così difficile separare le due cose. Anzi, essere coinvolti dall’interno ti aiuta a comprendere davvero le circostanze.

Capita spesso che un avvocato debba difendere un cliente anche sapendo della sua colpevolezza, almeno parziale. Come funziona questo processo? È davvero così frequente che si lavori “sul margine”, cercando di ridurre la pena piuttosto che dimostrare l’innocenza?

Giovanni Orlando Conti:
Premetto che è fondamentale il concetto che tutti hanno diritto a un giusto processo. Indipendentemente da quello che la gente pensa, o da quello che una persona ha fatto o non ha fatto, tutti hanno il diritto a un processo equo.

E quindi, per così dire – e qui andiamo al di fuori del caso Weinstein, parliamo in generale – se una persona commette un reato, non significa che debba automaticamente ricevere una pena massima. Il fatto di aver rubato una mela non può portarti all’ergastolo – lo dico in modo estremo, ma per chiarire il concetto.

Il compito dell’avvocato è tutelare l’interesse del cliente, anche quando lo stesso arriva e dice: “si, ho fatto questo e quello”. Non per forza questo significa che debba passare il resto della sua vita in carcere. 

Un altro aspetto tipico del sistema americano è la negoziazione con il pubblico ministero, qui detto “district attorney”. È qualcosa di molto comune: si negozia. Spesso si arriva a una transazione dove, per esempio, il cliente si dichiara colpevole per un’accusa, e in cambio gli viene tolta un’altra accusa, oppure si riduce la pena.

La pena può essere scontata in un certo tipo di prigione, oppure con buona condotta uscire un anno prima, o andare in probation. È proprio come una transazione.

Faccio un po’ l’avvocato del diavolo: non rischia però di diventare una struttura arbitraria? Cioè: se uno ha commesso omicidio e rapina, com’è possibile che confessando solo l’omicidio la rapina venga esclusa? Non si perde il rigore che dovrebbe avere la legge?

Rosario Bona:
Capisco il punto, ma l’esempio che hai fatto è un po’ estremo. Quando ci sono certi crimini, lo scrutinio è più severo, proprio per la delicatezza.

Aggiungo – sempre parlando da civilisti, non ci occupiamo in prima persona di diritto penale – che qui vige il principio della presunzione di innocenza. Finché non c’è una condanna definitiva, ogni cittadino è innocente.

Il ruolo dell’avvocato è fare in modo che la condotta del cliente venga valutata nel contesto delle prove, delle dinamiche, delle circostanze specifiche di ogni caso. Non è un giudice dall’alto a decidere: è una giuria, composta da cittadini. Questo rende il processo più umano, più “a misura d’uomo”.

Quindi, no, non è necessariamente una struttura arbitraria. È un sistema dove entrano in gioco le capacità dell’avvocato, che deve sapersi muovere dentro il sistema legale per dimostrare che una certa condotta non corrisponde esattamente a una fattispecie vietata dalla legge.

Funziona meglio o peggio del sistema giudiziario italiano?

Giovanni Orlando Conti:
Sicuramente è più veloce.

Rosario Bona:
Noi non siamo lì direttamente, quindi ci basiamo sulle notizie che arrivano dall’Italia. Però posso dirti che qui negli Stati Uniti il sistema è più rapido e più efficiente. Le decisioni arrivano in tempi misurati, seguendo canoni chiari. In Italia i tempi sono più dilatati, ci sono più formalità e spesso anche più disponibilità del sistema a… rallentare tutto.

Questo porta a delle inefficienze. Ovviamente parliamo da osservatori esterni, ma da qui l’Italia sembra avere un sistema inefficiente, soprattutto nei casi di grande profilo o molto complessi.

Come nasce il vostro interesse per il diritto d’autore? Una materia molto di nicchia.

Giovanni Orlando Conti:
È un’idea che avevo sin da quando ho deciso di fare l’avvocato. Questo è un lavoro pesante, stressante, in cui sei sempre sotto tensione. Ma ciò che lo rende interessante è il settore in cui lavori.

Qui negli Stati Uniti, spesso non pensi solo all’area di diritto ma anche all’industry: entertainment, musica, media. Lavorare nel mondo dell’intrattenimento è qualcosa che qui chiamano “sexy”. Suona più attraente, più cool.

Per me, poter lavorare con persone che stimo creativamente – geni in ambiti completamente diversi – è una fortuna. Da piccolo facevo teatro, volevo fare l’attore. Fino ai 19-20 anni la mia idea era quella. Poi è subentrata l’idea di diventare avvocato a New York. Ora posso rimanere connesso a quel mondo, pur facendo un altro mestiere.

Rosario Bona:
A livello cronologico, il nostro interesse per la proprietà intellettuale nasce da lontano. abbiamo iniziato a studiarla già durante il nostro primo Erasmus in Polonia. Non è una materia trattata in dettaglio in tutte le università italiane.

Quello che ci affascina è proteggere il prodotto della creatività. Sapere che una certa canzone, film, o opera creativa vengano esposti al mondo e che tu sia dietro le quinte a tutelarlo è un grande onore.

Riguardo il “caso Drake”, potete raccontarci qualche dettaglio in più?

Rosario Bona:
Certo. Il caso è attualmente pendente presso la corte federale del distretto sud di New York. Il nostro cliente, noto come Obrafour, è un artista molto famoso in Ghana, con seguito anche in Francia e nel Regno Unito.

Nel 2022 Drake pubblica a sorpresa l’album Honestly, Nevermind, molto diverso dal suo stile: più dance, più EDM. Il nostro cliente ci contatta perché una sua canzone è stata campionata senza permesso.

Quando diciamo “campionata” intendiamo un vero copy-paste: un sample della sua registrazione è stato inserito nel brano Calling My Name. E non solo: prima dell’uscita, il team di Drake aveva contattato il nostro cliente per chiedere il permesso – che non è stato concesso – ma nonostante ciò, l’album è uscito lo stesso.

La canzone è finita in top 20 globale, l’album è andato in tour, e Drake ha usato proprio quel sample anche dal vivo, come passaggio tra una canzone e l’altra.

Giovanni Orlando Conti:
Oltre a Drake, tra gli altri convenuti ci sono i produttori del brano, tra cui il famoso DJ Gordo, e anche le case discografiche che lo hanno pubblicato. Il sample è stato usato anche al di fuori della canzone principale, come fade in e fade out per introdurre altre tracce dell’album durante le performances live del pezzo.

Rosario Bona:
Attualmente il caso è in “stay”, una sorta di stand-by. Questo perché in Ghana, una terza parte – che non è coinvolta nella causa americana – ha sollevato delle questioni di proprietà del copyright sul brano originale, e quindi contro il nostro cliente. C’è un processo in corso lì.

Il giudice americano ha preferito deferire la questione alla corte ghanese. Ovviamente siamo convinti che il diritto d’autore sia del nostro cliente, e che questa terza parte stia cercando solo un’occasione di visibilità.

Giovanni Orlando Conti:
Non essendo avvocati in Ghana, non seguiamo direttamente quel processo, ma collaboriamo con i legali del nostro cliente. È stato interessante confrontarci: facciamo sessioni di brainstorming, dove emergono differenze tra il diritto americano e quello ghanese, anche nei tempi e nelle procedure.

Il problema dei sample è vecchio quanto l’hip-hop. Ma oggi ci sono più strumenti per tutelarsi rispetto agli anni ’90?

Rosario Bona:
Sì, sicuramente. Lavorando a questo caso, abbiamo visto come si è evoluta la legge attraverso i casi giudiziari. Negli ultimi anni ci sono stati precedenti importanti che hanno fissato standard legali più chiari.

Ora c’è una maggiore attenzione e struttura, per evitare l’uso incontrollato di campionamenti. Oggi è più facile proteggere chi ha creato qualcosa. Non abbiamo operato negli anni ’90, ma ora sì, il sistema è più attento e più pronto a reagire.

Un consiglio per un giovane avvocato che sogna di lavorare a New York in uno studio come il vostro?

Giovanni Orlando Conti:
Il consiglio è: inizia subito. L’idea del “forse è presto, ci penso tra un po’” è un errore. Bisogna partire da subito, con le cose più semplici. Questo vale per tutte le carriere, non solo quella legale.

Investi sull’inglese. Fai esperienze all’estero. L’Erasmus, ad esempio, è una risorsa preziosa e accessibile a molti. Con una borsa di studio, vivere in Polonia, ad esempio, non è un grande esborso economico – a differenza di altre destinazioni come Londra o Tokyo. Quindi è qualcosa che moltissimi possono fare, se vogliono e sono disposti a uscire dalla propria zona di comfort.

Una volta fatta un po’ di esperienza, direi dal quarto anno di Giurisprudenza, inizia a guardare le università americane: i programmi offerti, i requisiti, cosa ti può interessare. Serve almeno un anno di preparazione per le application.

Rosario Bona:

I miei consigli sarebbero in realta due.
Il primo: crederci. Quando si ha un sogno o un obiettivo, bisogna investirci pienamente, con convinzione, e fare tutto il necessario perché possa realizzarsi. Serve pianificare con cura, prepararsi al meglio e agire nei tempi giusti. La strada non è mai semplice e comporta sacrifici, ma con la giusta mentalità e dedizione nulla è davvero impossibile.

Il secondo: informarsi. È fondamentale uscire dalla propria “bolla” e cercare stimoli e conoscenze al di fuori del proprio microcosmo. Senza le informazioni che ho avuto la possibilità di raccogliere negli ultimi dieci anni, non sarei mai arrivato dove sono oggi. Partecipare a eventi e conferenze, oppure anche solo seguire e dialogare con chi dispone di maggiori strumenti ed esperienze su come raggiungere un certo traguardo, può davvero fare la differenza.

L’articolo Tra copyright, hip-hop e processi mediatici: gli avvocati italiani che rappresentano celebrità a New York proviene da IlNewyorkese.

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