Vedere in ogni persona le potenzialità e non i limiti. È l’idea che la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha portato il 10 giugno al Palazzo di Vetro, la sede dell’ONU a New York, e attorno a cui ruotava il side event organizzato dall’Italia durante i lavori della Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. L’incontro, intitolato “A Shift in Perspective”, un cambio di prospettiva, si è tenuto nella Delegates Dining Room.
Il senso di quel cambio di prospettiva la ministra lo ha spiegato così: «Stiamo spingendo davvero per vedere in ogni persona le potenzialità e non i limiti, anche perché dobbiamo passare da un sistema di mero assistenzialismo a quello della valorizzazione della persona. E per farlo abbiamo bisogno di investire di più». Un investimento, ha aggiunto, che riguarda tutti gli ambiti della vita.
L’evento è il seguito del percorso aperto dalla Carta di Solfagnano, il documento del primo G7 su inclusione e disabilità che l’Italia ha guidato nel 2024, e quest’anno ha scelto di mettere al centro lo sport e la vita ricreativa. «Insieme al benessere, alla salute, alla formazione e al lavoro, la vita sociale è un aspetto importantissimo per ognuno di noi», ha spiegato Locatelli. «Il diritto di poter scegliere che cosa fare, che cosa ci rende felici, non può essere un diritto solo per qualcuno. Deve essere di tutti».
Alla giornata ha partecipato anche l’ambasciatore Giorgio Marrapodi, Rappresentante Permanente d’Italia alle Nazioni Unite. «È stata una giornata costellata di eventi organizzati dall’Italia, in cui abbiamo ascoltato testimonianze che trasmettono emozione e commozione, ma allo stesso tempo energia, positività e bellezza. Un grande esempio del nostro Paese, e per il mondo».
Quelle testimonianze sono arrivate dalla voce degli atleti. Monica Boggioni, nuotatrice paralimpica, ha raccontato come lo sport le abbia insegnato a guardare la disabilità in modo diverso. «Spesso si pensa che l’adattamento sia una rinuncia, un doversi accontentare di ciò che non si può fare. Ma lo sport ci mostra il contrario: contano solo le potenzialità, le abilità che restano», ha detto. «La vera sfida è riuscire a esprimere il cento per cento di quel potenziale. Ed è la chiave per l’autodeterminazione, non solo nello sport ma nella vita di chiunque».
Accanto a lei, la storia di Federico Correzzola, atleta di Special Olympics Italia e oggi membro del suo board. Ha raccontato senza filtri gli anni difficili prima dello sport, quando non aveva amici, era vittima di bullismo e si rifugiava nel cibo, e come tutto sia cambiato nel 2009, quando ha conosciuto Special Olympics grazie a una squadra della sua città. Da allora non si è più fermato, tra calcio, nuoto in piscina e in acque libere, atletica. «Io sono un ragazzo che non si pone mai limiti», ha detto. «La medaglia più bella, per tutti noi, è praticare sport senza pregiudizi e senza barriere». Oggi gira nelle scuole per parlare agli studenti di bullismo e inclusione.
Una delle storie più forti è quella di Dongdong Paolo Camanni, judoka paralimpico nato in Cina, reso cieco da un tumore da bambino e poi adottato da una famiglia umbra che lo scelse senza averlo mai visto, pur conoscendone la condizione. «Chi investirebbe su una possibilità del dieci per cento? I miei genitori lo hanno fatto», ha raccontato. Per lui il punto di svolta non è stato la malattia né l’adozione, ma sentirsi amato, «perché essere amati significa essere riconosciuti come persona prima di ogni altra cosa». Da qui la sua idea di cambio di prospettiva: «Non siamo supereroi, non siamo vittime. Siamo persone, con talenti e limiti, come tutti». Lo sport, ha aggiunto, non ha cancellato la sua disabilità, ma gli ha dato modo di crescere e realizzarsi, fino a rappresentare l’Italia ai Giochi paralimpici. «Una società cresce davvero quando non prova a rendere tutti uguali, ma dà a ciascuno la possibilità di diventare la versione migliore di sé».
Lo stesso sguardo anima il progetto Fly Therapy dei Lions, che porta persone con disabilità a volare su piccoli aerei. Elena Piani, che lo ha presentato, ne ha spiegato il senso con un’immagine che valeva per l’intera giornata. «Quando osserviamo una persona con disabilità attraverso la lente della protezione, vediamo dei bisogni. Quando la osserviamo con la lente delle opportunità, iniziamo a vedere competenze, aspirazioni e talenti».
Per Locatelli, tutto questo deve tradursi in scelte concrete. La ministra ha ricordato i passi dell’ultimo anno: l’investimento sull’accessibilità di Milano Cortina, e poi un bando rivolto agli enti del terzo settore per progetti sulla vita abitativa, ricreativa e lavorativa, la riforma che introduce il progetto di vita e la legge sul caregiver familiare. «Investire sull’inclusione non è un costo», ha detto. «È un investimento per crescere come comunità e come Paese». Perché i limiti superati nello sport, ha aggiunto, vanno superati anche nella vita di ogni giorno.
L’articolo All’ONU l’Italia racconta la disabilità a partire dalle potenzialità, non dai limiti proviene da IlNewyorkese.





